Prendete vecchi motivi di film di spionaggio. Mescolateli con spunti jazz e ritmi hip-hop rallentati, inframezzati da "scratch" (i suoni ottenuti strofinando la puntina sul vinile dei vecchi 33 giri o dischi mix). Condite il tutto con atmosfere cupe e romantiche. Infine, aggiungete una voce femminile spettrale, dolente, intensa. Non e' un pasticcio di stili, ma la ricetta di una delle band piu' originali e innovative degli ultimi anni: i Portishead.
L'album d'esordio, Dummy ("Mercury Music Prize" come miglior disco del 1994) li ha lanciati come pionieri del trip-hop, grazie anche al successo del singolo "Sour Times", sorta di "atto di contrizione" dall'incedere solenne e dalla melodia decadente, che ha spopolato anche negli Stati Uniti. Insieme a Tricky e (soprattutto) Massive Attack, i Portishead hanno fatto decollare la scena di Bristol, piccolo paese del Nord dell'Inghilterra divenuto in breve tempo il piu' importante laboratorio musicale britannico. Ma il nome Portishead, in realta', deriva dall'omonimo paese, che sorge a pochi chilometri dalla stessa Bristol.
Con la pubblicazione del secondo album omonimo Portishead, la band britannica ha tentato di innestare qualche variazione sul tema. Puntando a sbarazzarsi di ogni etichetta. "Per noi trip-hop e' una definizione inventata dai giornali - sostiene Geoff Barrow, mente del gruppo -. Vogliamo che la gente apprezzi la nostra musica senza pensare che sia una moda. Ci muoviamo in un territorio senza confini".
In effetti, la loro musica e' un caleidoscopio di sonorita' diverse. Puo' fare da sottofondo a un viaggio notturno o a un incontro romantico. Puo' animare le sequenze di una spy-story. Ma puo' essere anche la colonna sonora di un film di fantascienza post-atomico, per lo spirito lugubre e decadente che la pervade.
Anche la voce di Beth Gibbons, ribattezzata dalla critica "la Billie Holiday venuta dallo spazio", e' capace di improvvise variazioni di registro. Puo' essere tesa, metallica, straziante; ma anche calda e sensuale, come nel lento ammaliante "Glory Box", lanciato in Italia anche da un noto spot pubblicitario.
Le performance dal vivo della Gibbons, poi, sono tutte da seguire: occhi perennemente chiusi, sigaretta in mano, rannicchiata su se stessa, come se non reggesse il peso dell'impatto con il palcoscenico. Uno stile curioso, documentato ora dal recente album-video Live in Roseland New York, che ha visto i Portishead confrontarsi (con successo) con una delle audience musicali piu' esigenti del pianeta. "Non sono una rockstar - racconta Beth - e non mi piace apparire in pubblico. Le canzoni che compongo riflettono le mie angosce, ma, tutto sommato, mi fanno anche sentire piu' forte".
Proprio per non apparire all'esterno, i Portishead, nel video di "All Mine", singolo trascinante del loro secondo lavoro, hanno lasciato spazio a un'inquietante bambina, dall'aria stralunata, che canta in uno scenario da "Zecchino d'oro" degli anni '70. Sullo sfondo, tra ambienti scabri e disadorni, la caratteristica "P" formato gigante, che richiama quella di "parking", e fa da griffe a tutte le produzioni della band di Bristol.
Quella dei Portishead e' una musica visionaria: le immagini scorrono idealmente tra le note: "E' come se avessimo in mente film che esistono solo nella nostra fantasia - spiega Geoff Barrow-. Amiamo le colonne sonore di John Barry, quelle di 007 e dei film di spionaggio, ma anche il cinema noir degli anni '50 e '60". La contaminazione con il jazz e' garantita invece dall'eclettico Adrian Utley.
Musicalmente, un filo rosso unisce i due album in studio firmati dalla band britannica. "Portishead" riprende l'architrave sonora di "Dummy": campionamenti, chitarre stralunate, sezioni di archi, bassi profondi, sintetizzatori "moog". Ma tutto e' ancora piu' cupo e oscuro. Sprizza, tra i bassi "dub", la voce disperata della Gibbons, che si erge a protagonista assoluta in brani come "Over" o "Only You"; mentre lascia spazio a un'atmosfera da thriller nella tetra "Humming", uno dei brani piu' affascinanti del disco.
"La musica dei Portishead - scrive lo storico del rock Gianfranco Salvatore - e' una moderna visione del soul aggiornato al Duemila, che si propone come colonna sonora di una fine secolo metropolitana e desolata". Prove generali di "Day after" del rock, insomma, tra le nebbie di Bristol.
Beth Gibbons, insieme a Rustin Man (alias Paul Webb ex bassista dei Talk Talk), pubblica nel 2002 Out of Season. Un album emozionante che mette ancora una volta in luce il talento della cantante inglese, capace di raccontare amori, desideri, gioia di vivere, fragilità con un'interpretazione intensa, che a tratti riecheggia la sua musa Billie Holiday.
Fonte Ondarock.it
I pionieri del trip-hop
di Claudio Fabretti