Biografia K 2 


Il K2, conosciuto anche come Monte Godwin-Austen, ChogoRi (lingua Bantì) o Dapsang, si trova nel gruppo del Karakorum che appartiene alla catena dell'Himalaya ed è con i suoi 8611 metri la seconda montagna più alta della Terra dopo l'Everest.

Si trova al confine tra la Cina e la parte del Kashmir controllata dal Pakistan

Il nome K2, che sta per Karakorum 2, cioè la seconda cima del Karakorum (il 2 nacque da un errore di misurazione dell'altezza della cima, ma per pura coincidenza corrispondeva alla posizione della montagna nella lista delle cime più alte del mondo; questo ne ha giustificato il mantenimento anche successivamente) fu creato da T.G. Montgomery, un membro del gruppo che, guidato da Henry Godwin-Austen, effettuò i primi rilevamenti nel 1856.

La cima fu raggiunta per la prima volta da una spedizione italiana il 31 luglio 1954.

Componenti della spedizione del 1954

La spedizione del 1954 al K2 era costituita da 20 componenti:

  • 11 alpinisti: Erich Abram, Ugo Angelino, Walter Bonatti, Achille Compagnoni, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Lino Lacedelli, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà, Sergio Viotto


  • 5 ricercatori: Ardito Desio, anche capo spedizione, Paolo Grazioni, Antonio Marussi, Bruno Zanettin, Francesco Lombardi.


  • 1 medico: Guido Pagani


  • 1 fotografo e cineoperatore: Mario Fantin


  • 2 membri pakistani: Ata Ullah (osservatore del Governo pakistano), Badshajan (aiuto topografo)


La conquista della vetta

Cinque tentativi di scalare il K2 furono fatti a partire dal 1902, ma, a parte la spedizione del 1909 guidata da Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, che scoprì la via di salita lungo lo sperone est della montagna (il leggendario Sperone degli Abruzzi), non ci sarebbero stati grandi risultati fino al 1954, quando il 31 luglio unaspedizione italiana guidata da Ardito Desio raggiunse la vetta. La notizia giunse in Italia a mezzogiorno del 3 agosto e fu accolta con grande entusiasmo e come simbolo della rinascita del Paese nel dopoguerra: da quel momento il K2 divenne per tutti la montagna degli italiani.I due alpinisti che raggiunsero effettivamente la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, anche se il merito va sicuramente all'intero gruppo, guidato con piglio di ferro da Desio (un uomo, sia detto per inciso, con enorme esperienza di spedizioni nell'Asia Centrale). L'attitudine quasi militare di questi, pur probabilmente giustificata dalla complessità dei problemi da affrontare (e dalla responsabilità di un'impresa che era stata caricata in Italia di molti significati extra-alpinistici) è tutt'ora oggetto di discussione.

La spedizione fu inizialmente segnata dalla tragedia della morte di Mario Puchoz, una guida di Courmayeur colpito da polmonite probabilmente complicata da edema polmonare (venne seppellito al campo base). L'insistenza di Desio nel far continuare immediatamente le operazioni finì per creare una significativa frattura fra il capo spedizione e il gruppo di alpinisti, soprattutto il cosiddetto "gruppo di testa", composto da Compagnoni, Lacedelli, Walter Bonatti (considerato tra il 1954 e il 1965 uno dei migliori alpinisti al mondo), Erich Abram (una guida alto atesina) e Ubaldo Rey (un'altra guida di Courmayeur). Abram, Bonatti e Rey fecero il grosso del lavoro di messa in opera delle corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7000 metri che contiene il famoso Camino Bill.

Il 30 luglio, il giorno prima della salita finale, si rischiò un altro dramma: Bonatti e il pachistano Mahdi, che portavano le bombole d'ossigeno al nono campo dove Compagnoni e Lacedelli, designati per conquistare la cima, li attendevano, non riuscirono a raggiungere la tenda del nono campo (da Compagnoni e Lacedelli inspiegabilmente posta più in alto di quanto concordato la sera prima. Al sopraggiungere dell'oscurità, Bonatti e Mahadi si trovarono così impossibilitati sia a salire che a scendere. Essi dovettero quindi bivaccare all'aperto in condizioni climatiche proibitive, su un gradino di ghiaccio in mezzo a un canalone che il vento notturno riempiva di neve, senza tenda e senza sacchi pelo, e sopravvissero solo grazie alla loro eccezionale forza fisica. Mahdi riportò un congelamento che obbligò all'amputazione di tutte le dita dei piedi.

La mattina dopo Compagnoni e Lacedelli scesero a prendere le bombole (che garantivano una pressurizzazione pari a 6000 metri anche alla quota di circa 8100 metri), dove Bonatti e Mahdi le avevano lasciate (a poca distanza dal nono campo) e con esse fecero la salita finale; l'ossigeno tuttavia, secondo il loro racconto, si sarebbe esaurito due ore prima (a quota 8.400) della vetta che quindi avrebbero raggiunto senza il supporto dell'ossigeno, ma portando con sè le bombole (del peso di 19 kg) per lasciare in vetta un segno della loro conquista. Al ritorno entrambi erano in condizioni psicofisiche difficili e Compagnoni, che riferì di aver ceduto in vetta i suoi guanti a Lacedelli che li aveva persi scattando le foto (la versione in seguito venne modificata), riportò gravi congelamenti alle mani, per i quali fu necessaria l'amputazione di due dita.

I campi

Per la conquista della vetta (8.610 m) furono posti i seguenti campi (quote secondo la relazione ufficiale di Desio):
  • 4.970 m: campo base
  • 5.580 m: primo campo
  • 6.095 m: secondo campo
  • 6.378 m: terzo campo
  • 6.560 m: quarto campo
  • 6.678 m: quinto campo
  • 6.970 m: sesto campo
  • 7.345 m: settimo campo
  • 7.627 m: ottavo campo
  • 8.080 m: nono campo (la quota non è però veritiera in quanto in effetti il campo venne posto a quota di poco superiore gli 8.100 m raggiunti da Bonatti e Mahadi).


Le polemiche

L'esatto svolgersi degli avvenimenti del 30 e 31 luglio 1954 è stato per lungo tempo controverso, soprattutto in mancanza di prove fattuali e solo discusso in funzione delle dichiarazioni delle parti. Secondo quanto riferirono Compagnoni e Lacedelli, alla cui versione si attenne la relazione di Desio (che non salì mai oltre il campo base, non essendo alpinista), essi avevano collocato il nono campo, la sera del 30, a circa 8160 metri di quota; da qui avrebbero parlato, a distanza e disturbati dal vento (ma Bonatti riferì che in quel momento il vento era assente e la conversazione era avvenuta con la massima facilità), con Bonatti e Mahdi, che si trovavano alcune decine di metri più sotto. Compagnoni riferì che essi credettero che i due, lasciate le bombole, fossero ridiscesi nella notte all'ottavo campo, posto a 7627 metri di quota; solo al mattino seguente, scendendo a prendere le bombole, videro da lontano un uomo (verosimilmente Mahdi, che fu il primo a scendere, seguito successivamente verso le h. 7 da Bonatti) che stava scendendo in quel momento, ma fino al loro ricongiungimento con i compagni non capirono cosa fosse accaduto.

Nel 1964 fu pubblicato un articolo giornalistico sulla Nuova Gazzetta del Popolo che accusava Bonatti di aver quasi compromesso la spedizione per ambizione personale, tentando di raggiungere lui la cima con Mahdi, al quale aveva offerto del denaro perché lo aiutasse; in questo tentativo avrebbe usato le bombole di ossigeno, che per questo si sarebbero esaurite prima (a 8400 metri di quota, due ore prima di giungere in vetta). Bonatti fu inoltre accusato di aver abbandonato Mahdi, scendendo all'ottavo campo senza attenderlo. Ma a seguito di quell'articolo Bonatti fece causa per diffamazione contro il giornalista Nino Giglio Le false accuse a Bonatti , vinse la causa, donò l'indennizzo a un'associazione caritatevole, e pubblicò una versione dei fatti alquanto diversa: egli confermò di avere offerto del denaro a Mahdi, ma solo per convincerlo a salire con lui al nono campo, sostituendo Abram, che era stremato. La cattiva conoscenza dell'inglese da parte di entrambi, nonche' la diversa cultura, forse generò un fraintendimento.Bonatti inoltre sostenne che Compagnoni e Lacedelli non avevano posto il campo poco sotto quota 8000, come era stato concordato la sera del 29 Luglio, durante una animata discussione all'ottavo campo, tra lo stesso Bonatti, Lacedelli, Compagnoni e Gallotti, ma alcune centinaia di metri più in alto (poco oltre gli 8100 metri): fu per questo che lui e Mahdi non poterono raggiungerli e rischiarono la vita nel bivacco notturno, che secondo Bonatti avvenne poco oltre gli 8100 metri (invece dei 7990 indicati nella relazione ufficiale di Desio). Inoltre negò di aver abbandonato Mahdi, che al contrario era sceso prima di lui (gli altri alpinisti presenti all'ottavo campo lo confermarono) e smentì decisamente di aver usato le bombole, cosa peraltro impossibile in mancanza delle maschere e degli erogatori che erano negli zaini di Compagnoni e Lacedelli.

Per confermare la sua versione, Bonatti mise in dubbio che l'ossigeno si fosse realmente esaurito due ore prima della fine dell'ascesa. A sostegno di questo egli portò varie prove ed argomentazioni: innanzitutto le fotografie scattate sulla cima, che ritraggono i suoi compagni in vetta, ancora con le maschere sul viso e collegate alle bombole di ossigeno. Assodato cio', non e' quindi mai stato esaurientemente spiegato il motivo per cui, i due alpinisti, Compagnoni e Lacedelli, avrebbero ugualmente portato le bombole di ossigeno del peso ciascuna di ben 19 Kg. ed ormai vuote, fin sulla vetta, invece di abbandonarle immediatamente alla quota di 8400 metri, come sarebbe stato lecito supporre. Da ultimo, Bonatti dimostrò come il tempo di ascesa indicato da Compagnoni e Lacedelli, di due ore per gli ultimi 200 metri di dislivello senza l'aiuto dell'ossigeno (ma con il peso delle bombole vuote ancora sulle spalle), fosse inverosimile (100 metri di dislivello all'ora), soprattutto se comparato con il tempo di ascensione fino ad allora tenuto dai due, ma con l'aiuto dell'ossigeno, nettamente piu' lento (31 metri di dislivello all'ora). Bonatti dichiarò infine di non essere mai stato consultato da Desio per la stesura della sua relazione: questa inizialmente non menzionava neppure l'episodio del bivacco notturno, che fu inserito (ma con quota sbagliata, a 8000 metri invece che a 8100 metri) solo dopo le sue rimostranze.

Il processo diede ragione a Bonatti e l'autore dell'articolo, ammettendo davanti al giudice del Tribunale di Torino di aver trascritto quanto gli era stato riferito da Achille Compagnoni, dovette pubblicare una smentita; tuttavia la versione di Compagnoni e Lacedelli rimase quella "ufficiale" ancora a lungo e le discussioni si trascinarono, con Bonatti che insisteva affinché fossero riconosciute le sue ragioni. Alcuni sostennero che, essendosi scaricate le bombole d'ossigeno circa 200 metri sotto la vetta, lo sforzo di Bonatti non sarebbe stato così fondamentale. Finalmente nel maggio 2004, con l'avvicinarsi della spedizione italiana celebrativa del cinquantenario del primo successo sul K2, una commissione storiografica voluta dal CAI ha riconosciuto ufficialmente il ruolo svolto da Bonatti. Nonostante ciò, in un libro uscito nel 2004, Lacedelli (pur riconoscendo che Bonatti non fu trattato in modo corretto durante la spedizione, soprattutto nell'episodio del bivacco forzato) ha ribadito che la cima fu raggiunta con le bombole ormai svuotate.

A far luce sull'accaduto contribuì finalmente, nel 1994, la scoperta da parte del dottor Robert Marshall, di Melbourne, della pubblicazione della prima foto scattata in vetta al K2 (e mai pubblicata in Italia per anni) sull'annuario svizzero "Berge der Welt" del 1955 (che mostra che le maschere dell'ossigeno erano state utilizzate da entrambi, Compagnoni e Lacedelli, fino in vetta e l'ossigeno non era quindi finito a quota 8.400 come sostenevano le versioni ufficiali Le foto in vetta al K2: la prova della maschera). Sempre del 1994 è poi la dichiarazione di Lino Lacedelli, intervistato da Roberto Mantovani per La rivista della Montagna (organo del CAI), su dove fosse stato piazzato il nono campo e perché: "Io volevo fermarmi prima, più in basso. Però Compagnoni non ne volle sapere" e aggiunge che quella di spostarsi più su della quota concordata con Bonatti "non fu una decisione saggia" Roberto Mantovani in Rivista della Montagna 1994; Roberto Copello in La Voce 1994 . Nonostante ciò Desio non volle mai discostarsi dalla versione ufficiale scritta anni prima nella sua relazione. C'è però da ricordare che Desio non era un alpinista e quindi aveva seguito la spedizione stando al campo base limitandosi ad emettere alcuni ordini di servizio dattiloscritti (in totale 14 per tutta la durata della spedizione) che poi venivano recapitati anche ai campi più alti, sebbene con un certo ritardo Desio fu geologo, organizzatore, capo spedizione, ma mai alpinista. Lo ricorda così sua figlia Maria Emanuela Desio in un'intervista pubblicata su La Repubblica il 22 giugno 2004 in merito al K2: "Mio padre non è mai stato alpinista: come fa a rispondere su ciò che è accaduto a 8.000 metri?"..

L'effetto finale di questa controversia è stato che la prima salita del K2 è ora ricordata - almeno in Italia - più per le polemiche che per il suo valore alpinistico.

Percorsi e accessi

  1. Il versante pakistano - il più conosciuto:
    1. Lo sperone degli Abruzzi (o cresta sud-ovest) - è la via utilizzata per la prima ascesa e, nonostante sia considerata tra le vie più "normali", è piuttosto difficile e pericolosa.
    2. Cresta nord-est - via inaugurata da Rick Ridgeway, John Roskelly, Lou Reichardt e Jim Wickwire nel 1978.
    3. Sperone sud sud-est - variazione dello Sperone degli Abruzzi, è forse la via più "sicura".
    4. Il pilastro sud-ovest (la "linea magica") - Reinhold Messner con una sola occhiata la giudicò una via suicida; scalata nel 1986 da un gruppo di polacchi, mantiene ancora oggi la sua fama.
    5. Parete sud (la "via polacca") - non per tutti, forte pericolo di valanghe.
    6. Cresta Ovest.
  2. Il versante cinese - molto meno esplorato e frequentato, anche perché le autorità cinesi impediscono l'utilizzo di portatori locali quali gli sherpa nepalesi; esistono solo 2 percorsi esplorati:
    1. Cresta nord - inaugurata da una grande spedizione giapponese nel 1982, è forse uno dei percorsi himalayani più interessanti; da affrontare in gruppi numerosi, anche se ci sono problemi di spazio al campo 1 e al campo 4.
    2. Parete nord-ovest - inaugurata nel 1992, prevede il passaggio per la cresta nord-ovest per poi ricollegarsi al percorso precedente.


Difficoltà

La difficoltà del K2, molto maggiore di quella dell'Everest, è testimoniata dal fatto che la seconda scalata è avvenuta solo 27 anni dopo la prima (cioè solo nel 1977) e fino al 2007 solamente 274 persone Elenco degli alpinisti che hanno raggiunto la vetta del K2 fino al 2006 (di cui 32 italiane) hanno raggiunto la vetta (contro le oltre 3000 che hanno raggiunto quella dell'Everest); inoltre 66 persone sono morte, delle quali ben 16 nel tragico 1986 e spesso nella fase di discesa. I problemi stanno soprattutto nei numerosi passaggi difficili e ripidi e nel microclima, rigido e difficilmente prevedibile, che il più delle volte con lo scatenarsi di pericolosissime tormente impedisce di raggiungere la vetta per un'intera stagione.

Il K2 ha dovuto attendere fino al 1978 per essere scalato senza ossigeno (Louis F. Reichardt, USA).

Interessante anche il rapporto tra il K2 e le donne: le prime 5 alpiniste che hanno raggiunto la vetta hanno tutte perso la vita; infatti 3 di loro sono morte durante la discesa dal K2, mentre le altre 2 sono morte successivamente in altre scalate. Per questo c'è chi parla di una maledizione, che colpirebbe le donne che hanno conquistato questa montagna.Tale maledizione sembra essere stata interrotta dalla spagnola Edurne Pasaban che ha raggiunto la vetta il 26 luglio 2004 e successivamente dall'italiana Nives Meroi (in vetta il 26 luglio 2006) e dalla giapponese Yuka Komatsu (in vetta l' 1 agosto 2006 usando l'ossigeno).

Il K2 oggi

Nel luglio 2004 la nutrita Spedizione celebrativa K2 1954-2004 (33 alpinisti, un numero troppo elevato secondo molti) ha tentato, portandola a termine, la scalata del K2 per festeggiare i 50 anni dall'impresa di Compagnoni e Lacedelli. Il 26 luglio - a tre anni di distanza da che l'ultimo alpinista aveva raggiunto la vetta - Silvio Mondinelli e Karl Unterkircher hanno (ri)conquistato il K2.Anche questa spedizione ha lasciato sul campo delle vittime: 5 sherpa sono affogati in territorio pakistano travolti da un'ondata di piena di un fiume che stavano guadando. Il drammatico evento è dovuto ad un cambio di percorso, fatto per raggiungere il campo base in tempi più rapidi per poter recuperare i 5 giorni persi per le nevicate precedenti. Probabilmente l'errore commesso è dovuto all'inesperienza o non conoscenza dei luoghi degli sherpa reclutati in vallate distanti. Infatti la spedizione italiana aveva molto materiale e non era riuscita a trovare nel luogo abbastanza portatori, tanto che era dovuto intervenire anche il governo per sopperire a questa mancanza.

Tuttavia, ancora molto resta da scoprire: i percorsi di salita attuali sono piuttosto tortuosi, il versante cinese è poco conosciuto, nessuno ha mai compiuto con successo un'ascesa invernale (più volte tentata da spedizioni polacche).

Trasposizioni

  • Cinematografiche:
    • Italia K2 (1955), regia di Mario Fantin, documentario ufficiale della salita italiana
    • K2-L'ultima sfida (1991), regia di Franc Roddam.
    • Vertical Limit (2001), regia di Martin Campbell.
  • Fumettistiche:
    • La conquista del K2 (testo di E. Ventura, disegni di Moliterni), pubblicato sul Corriere del Piccoli nei primi anni '70.


Citazioni

  • "Bonatti, come lui stesso spiega nel libro, aveva una gran voglia di arrivare su. E se ce l'avesse fatta fisicamente, non c'era motivo perché non tentasse con noi. É possibile che, nella speranza di arrivare in vetta non abbia voluto tornare indietro all'ottavo campo, come il buonsenso avrebbe consigliato, ma abbia preferito tentare il bivacco. Che, se proprio vogliamo essere sinceri, perché la verità bisogna anche dirla, non era poi tanto peggio, come situazione, di quella in cui ci trovavamo noi, nella tendina esposta alle intemperie sul crinale. In quei casi, come ben sanno gli alpinisti, forse si sta meglio in una buca..." (Achille Compagnoni, sul bivacco all'addiaccio di Bonatti a oltre 8000 m di quota, in un'intervista raccolta dalla giornalista Viviana Kasam per il Corriere della Sera dell'11 ottobre 1983)
  • "Adesso il suo racconto è anche la verità del CAI. Bonatti ha vinto. Ma quale Bonatti? Chi è oggi il ragazzo di ventiquattro anni appena compiuti che quella notte perse - è lui a dirlo - la sua fiducia negli uomini?" (Andrea Casalegno, Il Sole 24 ore, 1994)
  • "Non è problema del CAI l'imbarazzo in cui potrebbe trovarsi il capospedizione Desio e il suo fido Compagnoni, oggi ottantenne, che da Cervinia minimizza e prende Bonatti per un piantagrane." (Pietro Crivellaro, Il Sole 24 ore, 1994)
  • "Aveva ragione davvero lui, Walter Bonatti, grande, caparbio e permaloso campione dell'alpinismo italiano, su come andarono le cose quella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, dopo tre mesi di assedio alla montagna. L'avevano sempre negata quella ragione, l'avevano ignorata. Anzi, l'avevano confutata, addirittura accusandolo di aver tentato di tradire la fiducia dei compagni di ventura - Compagnoni e Lacedelli - che s'apprestavano al balzo finale." (Emanuele Cassarà, l'Unità, 1994)
  • "Robert Marshall scoprì la prova che fece saltare in aria la versione dei fatti resa da Compagnoni. La prima relazione di Mountain World 1955 sulla spedizione, a firma di Desio, riportava una foto della vetta (che non sarebbe più apparsa in seguito) nella quale Compagnoni appare portando sul viso la maschera per l'ossigeno mentre si alimentava dalle bombole che aveva asserito di aver esaurito due ore prima, tanto da aver dovuto gettare via la stessa maschera!" (John Thackeray, American Alpine Journal n. 76 - 2002)
  • "É buffo pensare che alla fine le loro stesse foto (di Compagnoni e Lacedelli) dovessero dare la prova più evidente per condannarli." (Robert Marshall)
  • "Non mi interessa se non è più credibile. É storia scritta!" (Lino Lacedelli, in Le Monde 1994)
  • "Sono fiero di quello che ho fatto. Ancora oggi il K2 è una montagna italiana. Chi si crede di essere Bonatti per gettare fango su degli eroi?" (Achille Compagnoni, in Le Monde 1994)
  • "Oggi, per celebrare l'anniversario con piena dignità, Il Club Alpino Italiano vuole rimuovere l'ultima ombra da questa storia e vuole dare spazio a Walter Bonatti nelle sue pubblicazioni ufficiali, in omaggio a quelle responsabilità morali che lo stesso CAI si è assunto a suo tempo nei confronti degli aspetti tecnici della spedizione." (Roberto De Martin, presidente del CAI, 1994)
  • É una storia di confusione, tradimento e spudorata ipocrisia come nessun?altra nella storia dell?alpinismo" (Rob Buchanan, redattore di Climbing, 2004).


Curiosità

  • Ardito Desio, per quanto fosse capo della spedizione, non salì mai oltre la quota del campo base (4970 m) e demandò a Compagnoni il comando della spedizione in quota, limitandosi a emettere dal campo base quattordici ordini di servizio dattiloscritti, che venivano poi fatti recapitare, anche con notevole ritardo, ai campi più alti. Il modo autoritario con cui coordinò l'andamento della missione gli guadagnò l'appellativo ironico di ducetto.


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Note

Collegamenti esterni



Montagne del KarakorumQuattordici ottomila

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Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/K2
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